Bentrovato Peter

P1120875(Casalecchio sul Reno, 21 novembre 2014) Che bello rivedere Peter Gabriel dopo 10 anni. Allora era ad Ancona (11 maggio 2003) quando lo vidi per la prima volta nel Growing Up Tour rimanendo incantato per la teatralità dello spettacolo. Poi fu Napoli, il 7 luglio 2004 in un deludente Still Growing Up. 10 anni dopo, chili più o meno invariati e la voce un po’ incerta – ma sembra si sia trattato della salute non proprio perfetta che lo abbia anche costretto a qualche passaggio a tonalità più bassa – il Back to Front eseguito all’Unipol Arena di Casalecchio (BO) ha messo in scena una scaletta perfetta con molti pezzi celebri e l’esecuzione integrale dal vivo di So di cui il tour celebra i 25 anni (ma siamo quasi ai 30).
Devo ammettere che ero arrivato qui un po’ critico: Gabriel non produce nuovi album dal 2002, dando spazio a cover sue e di altri e a un tour con orchestra non certo scenografico come quello di Us e Growing Up. E poi le voci che lo davano come responsabile della mancata reunion al completo dei suoi Genesis. Ma fortunatamente musica e interpretazione mi fanno ricordare tutta la dedizione e la passione di Gabriel per il suo lavoro. E forse questo tour significa anche questo: nuove canzoni non ne vengono, ma ha sempre voglia di raccontare le vecchie.
E il racconto spazia tra nuovo e vecchio, tra acustico ed elettrico (antipasto e dessert, come indica Peter), tra poche trovate sceniche (ma efficaci) e interpretazioni emotivamente toccanti come quelle di Family Snapshot, Don’t give up, Mercy street e Biko.


Lo spettacolo inizia puntualissimo alle 21 dopo la breve esibizione del duo femminile Jennie Abrahamson (xilofono) & Linnea Olsson (violoncellista). Proprio con le due Peter apre la parte acustica con What Lies Ahead scritta con il figlio Isaac. Peccato che il copione preveda di tenere acceso un faro sul pubblico, cosa che fa perdere tanta atmosfera durante la bella versione di Come Talk to me dominata da piano, chitarra acustica e bandoneon.
Molto bella anche la versione di Schock the Monkey, sempre acustica e con Gabriel sempre seduto al piano invece di rotolarsi per terra come 30 anni fa.
Con Family Snapshot il concerto si avvia verso la parte elettrica. Per me la canzone è già perfetta nella versione da studio, ma qui l’inizio calza ad hoc per il set acustico; quando il pezzo cambia ritmo e la batteria carica, si accende lo schermo alle spalle del palco, partono le luci e finalmente si spegne quella sul pubblico. Poi la narrazione torna alla calma consegnando una delle parti più emozionanti del concerto.
La parte elettrica inizia quindi con Digging in the dirt nella quale prendono vita anche le luci montate sui 5 bracci animati da una decina di pazienti e attenti uomini mascherati. Le luci saranno protagoniste di No Self Control, durante la cui esecuzione si muoveranno come allucinazioni fantasma a braccare Gabriel. Inutile dire di come l’apice della seconda sezione del concerto sia la sempiterna Solsbury Hill.
Non c’è un attimo di pausa nella scaletta e dopo circa un’ora, passati attraverso “antipasto” e “portata principale”, siamo al cosiddetto “dessert”, ovvero l’esecuzione live integrale di So.
La scena rossa su Red Rain è sempre di impatto; niente di nuovo su Sledgehammmer e Big Time, mentre su Don’t give up si tocca un altra vetta emozionale, sia per la storia in se stessa, sia per l’interpretazione del duo vocale Gabriel – Abrahamson la cui voce ricorda vagamente quella di Kate Bush. Vetta emozionale di nuovo raggiunta poco dopo con Mercy Street che Peter canta sdraiato sul palco a occhi chiusi come durante un sonno tormentato della scrittrice Anne Sexton.


Il concerto si chiude con la colorata scenografia di In your Eyes, ma pochi minuti bastano per avviare i bis aperti da una travolgente The Tower That Ate People, che sposta il clima del concerto verso sonorità elettroniche, serrate e inquietanti. Dopo quasi due ore di concerto si vede entrare finalmente in funzione il cilindro posto sul palco che scende come un ufo per avvolgere e inghiottire Peter in una turbolenta colonna (quasi come un tempo fu Lamia con i Genesis) portando il ritmo e il pathos all’apice nell’unica vera trovata teatrale della scaletta.
La toccante esecuzione di Biko (forse troppo stridente con i ritmi del pezzo precedente), dedicata agli studenti recentemente uccisi in Messico per difendere i propri diritti, chiude il concerto lasciando forse uno dei messaggi più cari a Peter.
E così, dopo due ore di concerto tutto di un fiato nonostante qualche problema di salute, le luci si spengono e restano sempre, a lungo,  tutte le piacevoli sensazioni dei concerti di Gabriel, qualche ritornello da fischiettare e quella stessa persistente domanda: ma perchè, perchè non riusciamo a vedere di nuovo uno spettacolo dei Genesis??

Musicisti
Lead vocals: Piano: Peter Gabriel; Guitar: David Rhodes; Bass: Tony Levin; Keyboard: David Sancious; Drums: Manu Katchè; Vocals: Jennie Abrahamson & Linnea Olsson

Scaletta
Antipasto (Parte acustica)
What Lies Ahead, Come Talk to Me, Shock the Monkey, Family Snapshot
Piatto principale (Parte elettrica)
Digging in the Dirt, Secret World, The Family and the Fishing Net, No Self Control, Solsbury Hill, Why Don’t You Show Yourself
Dessert (“SO Live”)
Red Rain, Sledgehammer, Don’t Give Up, That Voice Again, Mercy Street, Big Time, We Do What We’re Told (Milgram’s 37), This Is the Picture (Excellent Birds), In Your Eyes

Bis
The Tower That Ate People, Biko

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