Una piccola magia di Fish

Non avrei mai pensato di scrivere le mie impressioni sul concerto di Fish al Rock City. Innanzitutto, ho ancora nelle orecchie il concerto dei Jethro Tull. Poi  di Fish non  conosco proprio niente , un po’ conosco i Marillion, ma è da tanto che non ascolto un loro disco. Eppure ieri è successo un fatto nuovo. Nuovo proprio perché non ho mai visto Fish dal vivo. E allora potrei cominciare dall’inizio, questa volta nella fresca  cornice del Rock City di Roma (accanto al parco degli acquedotti), dove un altro scozzese, Derek William Dick, noto al pubblico come “Fish” e frontman del miglior periodo dei Marillion, si è prodotto in un concerto acustico (tastiera e chitarra) e gratis per non molti spettatori (direi meno di 200) alcuni dei quali soprattutto intenti a consumare cibo e bevande ai tavoli.
Vedere per la prima volta Fish dal vivo mi ha procurato un sobbalzo: appena comincia a cantare, le sue movenze e la sua voce mi hanno ricordato senza dubbio Phil Collins. Ora capisco bene perchè con i Marillion sembrò che i Genesis stessero incidendo sotto altro nome.
Anche l’abbigliamento mi lascia sorpreso: t-shirt rossa con immagine di Che Guevara e – credo – kefiah mi sono sembrati molto anomali per una rock star (almeno a inizio concerto, non certo verso la fine).
Fish è scozzese e si vede: parla con il pubblico come se fossimo a casa sua, racconta della prima volta che ha provato la Sambuca in Italia (una esplosione di fuoco), scherza su matrimoni e divorzi (inlcuso il suo) prima di Punch and Judy (“Gli scozzesi sono romantici e quindi quando bevono sono pericolosi. Ecco perchè mi sono sposato due volte”) e ci dice che per “six fucking weeks” non potrà bere vino (proprio adesso che è nella terra dei vini) perchè sta assumendo antibiotici.
Il concerto acustico, seppur in un ambiente non adattissimo (ma faccio i complimenti allo staff per essere riusciti a ingaggiare Fish) è essenziale, diretto ed efficace. Ottima scaletta dei brani che, oltre a pezzi riusciti della nutrita produzione da solista (State of Mind, A Gentleman’s Excuse me, Family Business)  include ovviamente anche brani del suo ex gruppo (riconosco Keyleigh, Punch and Judy, Jigsaw, Incubus e Fugazi). La voce cede sugli acuti, molto lontana da quella di una volta, ma quello che mi colpisce è lo sguardo di chi crede in quello che dice, lo sguardo che trasmette la sua rabbia e le sue paure.
Il fatto nuovo, per me, accade alle 23.15. Decido di alzarmi dalla mia sedia delle retrovie (e questa pure è una novità…) per vedere lo spettacolo da sotto il palco mascherandomi per un fan decennale. E poco dopo parte uno dei pezzi più sorprendenti della scaletta. Fish lo suona spesso, ma io non avevo mai visto nessuno venire giù dal palco, cantare tra il pubblico stringendo le mani. E’ Vigil  il sottofondo, dopo che il cantante, nella sua introduzione al pezzo, aveva espresso il suo pensiero deciso contro i governi che controllano i mass media (con tanto di accenno al nostro Paese) invitando la gente a far sentire la sua voce. Nei cinque minuti che seguono, siamo stati tutti rapiti dalla sua magnetica interpretazione. La conclusione del concerto resta non meno rabbiosa e ugualmente emozionante con Fugazi (che Fish dedica ai Norvegesi per la recente tragedia di Utoya): “Where are the prophets, where are the visionaries where are the poets, to breach the dawn of the sentimental mercenary?” mentre io resto immobile sotto il palco a seguire l’espressione e gli occhi di chi canta, a seguire la sua rabbia, la sua voglia di dire la sua e di smuovere chi lo ascolta. Magnetico, vero, emozionante, a tratti tanto intenso da essere drammatico.
Chi è capace di prendere il pubblico seduto tra i tavoli di un pub e di creare atmosfere intense senza fronzoli di scenografie, nonostante gli odori delle cucine e i rombi degli aerei in atterraggio, merita senza dubbio un urgente ripasso dei suoi dischi e dei suoi testi. In poco più di un’ora di concerto, Fish ci ha raccontato la sua storia e i suoi pensieri. Potessi chiederglielo, lo inviterei per continuare il discorso nella sua terra: magari per quel giorno potrà tornare a bere e una birra con Fish, a Edimburgo,  me la prenderei proprio.

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2 risposte a “Una piccola magia di Fish

  1. Pensa Domenico che anni fa, potenza dei quattrini e della celebrità, a Fish venne permesso di firmare gli assegni con il proprio nickname.

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