Invisibilità involontaria

Quando al mercatino rionale le vecchina di turno puntualmente mi supera per pagare la sua spesa, le chiedo: “Mi scusi? Sono invisibile?”.
Non avevo mai pensato alla possibilità che ciò potesse essere vero, finché non mi sono imbattuto nelle vicende raccontate e studiate da Donna Good Higbee.
Donna Good Higbee è una ipnoterapeuta americana nonché laureata in Studi Religiosi presso l’università di California in Santa Barbara. Higbee è stata la fondatrice del CEIT (Contact Encounters Investigation team), una organizzazione per lo studio dei rapimenti da parte di alieni; nel 1994 ha invece cominiciato a investigare sulla HSII (human spontaneous involuntary invisibility) dalla cui esperienza ne è nato un libro.
La Higbee ha  qui raccolto e analizzato decine di esperienze paranormali consistenti nella cosiddetta “invisibilità involontaria“. A un primo approccio la questione potrebbe etichettarsi nel solito scherzo che si gioca ai bambini quando si finge di non vederli. Invece le cose sarebbero perfino diverse dal semplice “sentirsi ignorati”.
L’invisibilità involontaria colpisce le sue vittime all’improvviso, senza preavviso e per la durata di alcuni minuti; alcune persone sostengono addirittura di poter controllare la propria visibilità.
Tra gli aneddoti raccontati dalla Higbee c’è quello di Melanie. Il marito l’avrebbe cercata per casa passando anche davanti al divano su cui era seduta, ma per 10 minuti non sarebbe stata notata.
Daniel invece racconta di un episodio che l’ha visto coinvolto con alcuni amici e due poliziotti. Nel chiedere di esibire i documenti, gli agenti avrebbero ignorato solo Daniel, pur essendo questi  il più grosso della compagnia; inoltre i suoi compagni avevano creduto che Daniel fosse andato via.
La Higbee non si addentra in spiegazioni ma ipotizza qualche collegamento a pratiche yoga o alchimistiche oppure a fenomeni di rapimenti alieni.

Tra le possibili prove (dato che parliamo solo di racconti di dubbia attendibilità), internet offre quella di una famosa foto chiamata “She’s Lost Her Head” (Ha perso la sua testa), scattata al Golden Nugget, Las Vegas, nel 2002 (fonte: coasttocoastam.com). La sagoma rossa che vedete è quella di una donna (si vede anche la cinghia di una borsa alla spalla sinitra): come dice il titolo della foto, la testa sarebbe sparita dalla foto.
Sulla strada verso l’invisibilità, risposto il mantello di Herry Potter o i congengi da fantascienza (qualcuno ricorderà  “Gemini Man“, la serie televisiva di fine anni 70 nel quale il protagonista diventava invisibile per 15 minuti azionando il suo orologio da polso), l’università di St. Andrews (Scozia) ha messo l’acceleratore con la creazione del Metaflex, uno speciale materiale flessibile come un normale tessuto in grado di diventare invisibile e  nascondere  tutto ciò che avvolge.
Per adesso sono stati creati “mantellini” di 4 x 8 mmq, limitati alla deviazione della luce arancione: quindi non andrebbero bene nemmeno per un puffo di Peyo.
Pertutti quelli che, come me, sognano di poter entrare inosservati nello spogliatoio femminile o in qualche residenza governativa, temo che ci sia purtroppo ancora molto da aspettare.

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