Digital life. La mia opinione

"Mi scusi” ho detto a uno zaino entrando nella sala cilindrica dedicata all’AVIE (Advanced Visual Interactive Environment); la differenza di luce tra l’esterno e l’interno delle sale è infatti così marcata che non si riesce a vedere niente tranne le luci della proiezione, nemmeno le persone sedute a terra.
Forse visitare di giorno la mostra “Digital Life – Enpower Your Senses” all’area Pelanda dell’ex Mattatoio di Testaccio permette di passare al meglio dalle realtà
terrena a quella tecnologica; e se si scelgono orari con poca affluenza si apprezza di più quella sensazione a cavallo tra sogno psichedelico e esperienza virtuale.
Le opere in mostra (una dozzina) sono presentate per la prima volta in Italia “se non sarà la prima volta in Europa o nel mondo”, come recita l’opuscolo di presentazione (ma come? Non lo sanno??). Alcune opere si avvalgono di tecnologie molto avanzate, come l’immagine stereoscopica 3D, l’immersione a 360 gradi e, appunto , l’AVIE. Non sono molte e qualcuna mi lascia indifferente, ma il prezzo di ingresso (4-6 euro) invoglia la visita e permette di trascorrere un’ora in modo molto originale.
Dicevo che il mio esordio è nella sala cilindrica AVIE, dove si alternano tre proiezioni in 3D (con tanto di occhiali da prelevare da una cesta all’ingresso: altro che monouso…). Quella di Ulf Langheinrich “Alluvium_2010 / World Premiere” mi risulta incomprensibile: rumore e immagini indefinibili per una decina di minuti. Più coinvolgenti i lavori di Jeffrey Shaw (AVIE) e Jean Micheal Bruyere: “La dispersion du fils” è costituita da un fluido le cui celle sono 500 film sulla metamorfosi di Akteon. Il 3D non è molto efficace, credo anche per colpa dello schermo che non è molto alto.
Suggestiva l’opera di Sakamoto + Takatani “Life – Fluid, Invisible, Inaudible”: immagini intorno al tema della vita proiettate su vasche sospese con acqua e nebbie artificiali. L’immagine si rivela solo nello spiraglio tra la superficie dell’acqua e la foschia che la sovrasta; sembrerà di passeggiare tra nuvole e acqua.
A proposito di contrasti tra luce del giorno e buio delle sale, l’impatto con “Matrix II_2000” di Erwin Redl lascia disorientati. Prima che gli occhi si abituino al buio tutto quello che si riesce a vedere sono centinaia di diodi verdi che ridefiniscono lo spazio e la sua percezione: percezione visiva e movimento corporeo, la comprensione dei quali dipende dai riferimenti soggettivi dI ciascun visitatore. Realtà virtuale o reale? Ci saranno pareti di vetro? Lascio a voi la scoperta, perché il mio istinto è stato di fermarmi ed allungare il braccio.
Geniale e poetica l’opera dello svedese Christian Partos. “MOM” (Multi Oriented Mirror) nasconde e rivela al tempo stesso l’oggetto al centro della rappresentazione. Centinaia di piccole tessere riproducono l’immagine della madre dell’artista, scomparsa qualche anno fa. L’immagine del ricordo si compone come per magia grazie agli specchi che costituiscono le tessere i quali, orientati opportunamente, riflettono il muro situato sulla parete opposta in giochi di luce e ombre che creano appunto l’immagine.

L’ultima degna di nota (di mia nota) è “Ondulation 2000” di Thomas McIntosh con E. Madan e M. Hynninen. Una installazione “delicata” per acqua, suoni e luci riflesse. Il suono mette in vibrazione delle lastre che a loro volta mettono in moto l’acqua. La luce riflette le ondulazioni della superficie in giochi di linee su uno schermo.
Arte fruibile, arte che tocca non solo la vista ma anche l’udito e talvolta chiama il contatto fisico. Talvolta tanto banale che ci si chiede perché sia arte; talvolta proprio la semplicità dell’idea ne rivela la genialità e l’immediata comprensione. E anche se non si comprende, apre le porte al sogno o a mondi alternativi: in entrambi i casi spinge il cervello a rispondere in un modo sicuramente insolito.
(Domenico, 19 aprile 2010)
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