Diario di Viaggio: New York 2009 – 2010 (parte I)

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Testo completo di foto: viaggareliberi.it


(Durata: 28 dicembre 2009 – 5 gennaio 2010)

Andare a spasso per New York non è cosa semplice se fuori ci sono fino a 2°Fahrenheit quando il vento freddo soffia sulla tua faccia. Per me è stato un viaggio un po’ anomalo: prima volta fuori continente, prima volta per raggiungere la mia fidanzata così lontana. Un po’ il freddo, un po’ la necessità di dedicarci un po’ di tempo, un po’ i tempi non proprio sincroni con la mia pain in the neck preferita e i suoi inconvenienti quali rottura portatile e sparizione borsellino con conseguente tour dei distretti di polizia: il risultato è che sono riuscito a visitare molto meno di quello di quello che avevo previsto. Questo però non mi impedisce di farmi una opinione della città e della sua gente, anche perché una piccola parte del mio tempo l’ho spesa vivendo alcune delle tante offerte culturali di New York.

Central Park, neveL’idea che mi ero fatto era molto diversa dalla realtà. Avevo immaginato una città cupa, scura, fredda, dove la gente corre e ti urta senza voltarsi. In questo ero stato indotto anche dalla lettura di alcune guide turistiche. Ad esempio la Lonely Planet: la guida suggerisce di non fermarsi ai semafori in attesa del verde, ma di attraversare seguendo la folla. Vittima degli stessi fastidiosi comportamenti italici, resto onestamente un po’ perplesso.

Una volta sul posto le cose sono diventate man mano più limpide, ma non subito.

Lo shuttle bus dall’aeroporto mi lascia alle 22 ora locale, dopo circa 20 ore di viaggio e 6 ore di fuso orario, sotto il Grand Central Terminal e la buia e rumorosa 42nd Street. Inquietante la luminosità della facciata della stazione e poco a lato quella del Crysler Building e il buio dell’incrocio con Park Avenue e il vapore che ogni tanto esce dai marciapiedi. Stanco e infreddolito non vedo l’ora di raggiungere l’appartamento e di ritrovare Natalie, che non vedo da cinque mesi e con la quale abbiamo scelto proprio la Grande Mela per riabbracciarci.

Comunque cercherò di andare per ordine.

Nonostante la frenesia della gente, il flusso d’auto e i colori non certo5th Avenue sgargianti (batterà mail il sole sull’asfalto della strada nello strapiombo dei grattacieli?) New York è una accogliente megalopoli americana, grazie soprattutto alla sterminata offerta culturale e alla sua gente molto socievole e simpatica. Se non fosse per questi due valori, la città potrebbe risultare un po’ monotona (e scura) per il ripetersi ossessivo dei grattacieli tanto che, alla fine, nessuno sembra poi così alto (è pur vero che non ho visitato zone quali Chinatown e Little Italy). Il cosiddetto “skyline” che si può apprezzare dall’alto del Top of the Rock o dell’Empire State Building (che ahimè non ho visitato!) oppure dall’autostrada poco prima di entrare dal lato sud di Manhattan (tanto per citare alcuni hot spot) è il tratto distintivo di New York che rende unico anche il grande parco cittadino. Qui non è il verde lo sfondo della città, ma la città il background della natura.

Central Park è un bellissimo parco nel cuore di Manhattan con uno zoo, la riserva Onassis, un laghetto, scoiattoli ovunque e, ovviamente, l’impressionante linea dei grattacieli sul lato sud. In mancanza dei colori estivi o autunnali, il parco dà il meglio di sé con la neve. Grazie alla piccola nevicata del 31 dicembre, Central Park si è offerto come altrimenti non si potrebbe apprezzare in questo periodo dell’anno.

Quello che colpisce in New York è ovviamente la mancanza di storia antica. Se Manhattan era già abitata 11.500 anni fa dai paleo-indiani, solo nel 1600 si comincia a vedere qualche insediamento permanente sull’isola fino alla fondazione di New Amsterdam. Quindi quando si visita una città del nuovo continente si perde qualche riferimento: le mura antiche, qualche traccia delle culture fondatrici dell’Europa. In fondo New York nasceva quando in Europa cominciava l’età barocca.

Per questo penso che la Grande Mela vada vissuta molto all’interno dei suoi numerosi edifici, teatri, locali di jazz, musei: se la città appare un po’ fredda fuori, nelle sue mura è pulsante di vita e cultura.

Un semplice itinerario che dà una ottima idea dell’offerta newyorchese è senza dubbio la 5th Avenue. Partendo da nord verso sud, inizialmente costeggiando Central Park, troviamo (solo per citarne alcuni) il Guggenheim Museum, il Metropolitan Museum, la Frick Collection, la Grand Army Plaza, il Rockfeller Center, il Moma, la Public Library e una serie di elegantissimi negozi quali Tiffany o Bergdorf Goodman (al confine sud di Central Park) e altri molto più commerciali dove trovare idee regalo e souvenir a dire il vero poco originali.

Dato che quindi le temperature esterne sono state spesso proibitive, la soluzione culturale “indoor” è la scelta ideale.

Con il Museum of Modern Art, meglio conosciuto come MoMA, chiudo definitivamente le mie visite a esposizioni di arte moderna. Al di là della mia inesistente affinità con l’arte dell’ultimo secolo, il MoMa mi ha un po’ deluso, ma onestamente c’è tanto da vedere: pittura, scultura, film, architettura, libri. C’era anche una sezione temporanea dedicata a Tim Burton, ma non avendo prenotato in tempo non trovo il biglietto. E’ ovvio che trovo soddisfazione essenzialmente nelle sale dedicate agli impressionisti e in qualche dipinto di Andy Wahrol.  A pensare che ho scelto il MoMa al posto dell’Empire!

Molto meglio il Metropolitan Museum of Art che pure ospita opere moderne. Il Met Museum è il più vasto museo dell’emisfero occidentale e quindi è meglio muoversi con criterio magari scegliendo cosa vedere visto che le esposizioni coprono tutta la storia dell’arte. Il museo è molto ben curato e l’immersione (o la “sommersione”) in dipinti di eccezionale pregio (Raffaello, Botticelli, Rembrandt, Renoir, Degas, Van Gogh etc etc) lascia completamente soddisfatti.

Poco distante dal Met Museum c’è un’altro piccolo museo, la Neue Galerie Museum, che accoglie alcune opere dell’espressionismo tedesco e di Klimt. Al piano terra c’è una elegante (e abbastanza cara) sala da tè in stile austriaco, Sabarsky. Io visito la sala da tè, non il museo…

Soddisfatto e piacevolmente sorpreso mi lascia la Frick Collection, piccolo ma elegantissimo palazzo – museo poco più a sud del Met Museum. A differenza degli sterminati MoMA e Met, questa collezione è inserita in un piccolo palazzo che fu abitazione dell’industriale Henry Clay Frick e muovendosi nelle sale sembra proprio di visitare l’elegante dimora che lo ospitò. Gli arredi caldi e le opere esposte, tutte di pregio tra cui Tiziano, Vermeer, Van Dyck, Velazquez, conducono fuori dal tempo e restituiscono una fruizione dell’arte completamente a misura d’uomo.

Prima di partire mi concedo la visita anche dalla New York Public Library che, come la Frick Collection, è un po’ fuori gli itinerari più comuni pur trovandosi in posizione centralissima. La biblioteca infatti si trova a metà strada tra Times Square e il Grand Central e affaccia sul Bryant Park, parco molto carino che almeno fino al 31 dicembre aveva ospitato un bel mercatino. La biblioteca è una istituzione culturale di grande importanza mondiale e la si può visitare tranquillamente durante gli orari di apertura. E’ insolito vedere turisti che fotografano nelle grandi sale affollate dai lettori, ma i pannelli lignei, i lampadari e qualche affresco, meritano una visita.

Non si può pensare a New York senza pensare a Broadway. Mentre la parte alta della strada (Broadway appunto) sembra essere una zona molto richiesta per la qualità della vita, la parte mediana è quella del Theater District, quella dei musical per intenderci, ma non solo. Il caoticissimo distretto dei teatri è a due passi da Times Square, anzi quasi non si distingue, perché si sa che a le luci sono sempre luminose a Broadway così come a Times Square (che onestamente non mi dice granché). Limitarsi allo scintillio delle strade sarebbe un grosso errore perché vi lascerebbe l’idea di un cultura svenduta e di scarso pregio. Invece a Broadway c’è anche qualcosa di magico nell’aria ed è quello che si nasconde dietro le mura dei teatri. Alcuni sono davvero stupendi come il New Amsterdam nel quale vediamo Mary Poppins, ma anche il Helen Hayes che propone per gli ultimi giorni, dopo anni, “39 Steps”.

Il New Amsterdam è uno sfarzoso teatro recentemente ristrutturato con alcune decorazioni che ricordano un po’ quelle di una fiaba. Scenario adatto per Mary Poppins, ultra acclamato musical da anni che, ammetto, ho trovato altrettanto stupefacente quanto il film. Tra trovate illusionistiche, coreografie e scene curatissime e qualche trucco molto spettacolare (Mary Poppins – Laura Michelle Kelly – che vola o Bert – Christian Borle – che passeggia sul soffitto), Mary Poppins è anche il musical adattissimo a chi non conosce bene l’inglese in quanto più o meno la storia la sappiamo tutti. In realtà la storia sul palco è un po’ diversa da quella del film e c’è pure qualche musica nuova, ma il risultato come dicevo mi lascia senza parole!

Sopresa anche per “39 Steps”, il mio battesimo con il teatro americano nel bel Helen Hayes Theater. Quattro attori sul palco si alternano in una storia divertentissima e ricca di trovate sceniche semplici ma efficacissime, grazie anche al collaudatissimo e affiatato cast che interpreta una ventina di personaggi. E’ difficile seguire la storia ma capisco il necessario per non perdermi e per morire dal ridere durante tutto lo spettacolo.

Ultima tappa teatrale prevista è stata quella al Lincoln Center a alla Metropolitan Opera House. Cronologicamente è stato il primo appuntamento con i teatri di New York. La mia idea era di vedere il teatro non attraverso una visita guidata ma seguendo un’opera, pensando di fare cosa gradita anche alla mia adorata soprano personale. Per diversi motivi la scelta era caduta sull’Elektra di Richard Strauss. Dunque, andando per ordine, la serata gelida (nonchè la prima a New York per me – all’uscita del teatro sono 2°F che, per i non pratici, vuole dire 17°C sotto lo zero!!!) non mi permette una visita attenta alle strutture del Lincoln Center. In onestà non credo ci sarebbe stato molto da vedere, forse molto di più in estate quando si organizzano intrattenimenti anche fuori le mura. La sala dell’Opera, nell’edificio centrale, è molto bella, moderna, comoda, funzionale, elegante. Sullo schienale di ogni poltrona c’è un display con la traduzione (ovviamente non in italiano) del libretto: nel mio caso ascolto in tedesco e leggo in inglese. Ringraziando il Cielo, l’Elektra dura solo 100 minuti: opera peggiore non potevamo scegliere. L’Elektra è noiosa, lenta, monotona, le musiche piatte…Insomma, avrei sperato in qualcosa di più coinvolgente per apprezzare il teatro.

Poco distante dal Lincoln Center c’è l’American Museum of Natural History e la sua enorme collezione di animali viventi ed estinti compresi i celebri dinosauri che sono apparsi pure nel film “Una notte al museo”. Accanto al museo c’è il Rose Center, centro di divulgazione scientifica la cui attrazione principale e la sfera dell’Hyden Planetarium, al cui interno si può assistere alla proiezione di brevi documentari scientifici sotto la calotta sferica con ottima resa visiva (noi vediamo quello sul cosmo). Prenotiamo anche la visita nella sala delle farfalle dove ci si muove tra questi insetti che ti volano intorno. Fa molto caldo e sulla macchina digitale condensa l’umido che mi impedisce di fare foto. Sopperisce alla meglio il Blackberry di Natalie. Nel complesso il museo non mi è parso molto coinvolgente, forse anche per le sue dimensioni, ed è anche molto caro.

Rockfeller CenterA questo punto resta un piccolo riassunto delle visite outdoor. Natale è un ottimo momento per vistare la città (temperature a parte, ma pare che sia stata una anomalia anche per i newyorchesi): gli addobbi natalizi sono ovunque e penso che abbia un certo fascino anche entrare in una qualsiasi chiesa per provare lo spirito natalizio americano. Magari non nella St. Patrick Cathedral che, nonostante la guida del National Geographic indichi come “quieto rifugio”, mi sembra un mercato! L’immensa cattedrale, sul motivo gotico di quella di Colonia, non è affatto un rifugio per il fastidioso e continuo vociare, per l’incessante flusso caotico di gente che entra ed esce e si muove come in un centro commerciale. Intendiamoci, la cattedrale è molto bella, ma di sicuro non si avverte niente di sacro.

A pochi metri non si può assolutamente perdere la visita al Rockfeller Center e, nel periodo natalizio, al suo celeberrimo albero di natale proprio sopra la pista di pattinaggio si ghiaccio. Lì vicino c’è l’edificio con tanti negozi e un ottimo punto di osservazione dall’alto, il Top of The Rock che, per mancanza di tempo, non riesco a vedere. Sempre nelle vicinanze c’è la Radio City Music Hall, sede delle ballerine Rockettes e vetrina di varie star della musica. Al n°30 di Rockfeller Plaza c’è invece la sede centrale della NBC.

Poco più a sud e sulla parallela Park Ave si trova la stazione ferroviaria Grand Central Terminal che, come dicono nel film Madagascar, “è grande ed è centrale”. Vale sicuramente un pena la visita alla stazione, meglio se si entra dal lato della 42nd Street da dove si staglia il grosso orologio con la figura di Mercurio e, alla sua destra, il Chrysler Building. La stazione ha una bellissima sala centrale con tanto di pavimento in marmo e affresco con costellazioni al soffitto; nei corridoi laterali ci sono locali per ristoro e qualche negozio. Dicevamo, adiacente alla stazione c’è  il Chrysler Building con il famosissimo pinnacolo in acciaio inossidabile che è la versione liberty della griglia di un radiatore. Il Chrysler risale al 1930 e diventò l’edificio più alto del mondo, superando con i suoi 319 metri la torre Eiffel, grazie soprattutto alla guglia di acciaio assemblata in gran segreto affinché l’architetto del Chrysler, William Van Halen, potesse battere Craig Severance per la costruzione dell’edificio più alto. La gloria durò poco perchè nel 1931 fu inaugurato l’Empire State Building: 102 piani in 380 metri. Anche qui manco la visita, in particolare la salita all’86° piano con il velocissimo ascensore. Due storie in particolare voglio citare per l’edificio. Nel 1933 fu scenario per la celeberrima scena del film King Kong che salvò la torre di metallo (inizialmente pensata come attracco per dirigibili) dalla demolizione. Nel 1945 invece un aereo militare americano si schiantò tra il 78° e 79° piano senza scalfire l’edificio.

Central Park, ReservoirLa 42nd Street conduce prima al Bryant Park e poi a Times Square, sede della festa di capodanno di New York. Non era nelle mie intenzioni assistervi, avrei preferito seguire invece i fuochi d’artificio da Central Park. Trascorrerò invece il capodanno con l’ottima compagnia di Natalie, sorella e marito in una abitazione di Harlem: qui si usa stappare lo spumante prima della mezzanotte così che a mezzanotte si può brindare. E poi nessun petardo.

Riguardo le celebrazioni in città, cosa accade a Times Square lo si vede dalla TV. Io ho la sfortuna che il giorno prima la zona era stata evacuata per un falso allarme bomba a causa di un’automobile abbandonata. Passo vicino la piazza alle ore 18 del 31 dicembre e c’è già movimento, le strade sono transennate, la polizia regola traffico e pedoni. Essenzialmente Times Square è la patria delle insegne luminose (una volta al neon, adesso ci sono i led), ce ne sono a decine sulle facciate dei grattacieli così come sull’adiacente Broadway. Quando ci ritorno il 2 gennaio, all’uscita del New Amsterdam Theater fa un freddo cane e quindi ci dedico pochi minuti.

Per trovare una New York un po’ diversa, per me che non ho visto Chinatown e Little Italy, faccio affidamento sul Greenwich Village. Il primo impatto conferma la scelta, ma abbiamo due problemi. Il primo è che è domenica mattina e qui sembra tutto taciturno. Il secondo è che c’è un vento gelido che rende impossibile camminare a lungo. Inoltre Washington Square è in ristrutturazione. Insomma, sono convinto che il quartiere abbia molto da offrire: peccato aver trovato la giornata sbagliata. Nelle vicinanze c’è anche Union Square, bella piazza dove – non ricordo i giorni – si tiene un grande e rinomato mercato che rifornisce molti negozi del posto.

Visita d’obbligo a Ground Zero. Ci passiamo in tardo pomeriggio, in giro c’è poca gente e tutto quello che vedo è un enorme cantiere. La guida dice che la Freedom Tower e il memoriale ufficiale dovrebbero essere completati per il 2010; riguardo la torre, è evidente che sono enormemente in ritardo. Riguardo il memoriale, non è certo il buio a permettere una buona visita. Insomma, sarà l’ora o il freddo, ma della tragedia che fu non si percepisce molto. Troviamo chiusa anche la Trinity Church: il sito dice che è aperta il venerdì, ma questo venerdì è 1°gennaio, quindi festivo…

Il World Trade Center è vicino al City Hall Park, dove c’è il municipio. Dall’altro lato c’è il ponte di Brooklyn che, stando a testimonianze di amici, dà il suo meglio se lo si percorre da Brooklyn verso Manhattan. Verso ovest c’è invece un piacevole passeggio lungo l’Hudson che conduce fino al Wagner Park e alla cui sponda opposta c’è Jersey City: si vede un bello skyline e il Colgate Clock. E poi, luminosa e piccola, è emozionante la vista della Statua della Libertà. Miss Liberty sarebbe valsa una visita ma le attese sono lunghe ed è quindi meglio prenotare. Ci avevo provato una settimana prima di partire, ma le prenotazioni erano chiuse fino al 13 gennaio: attendere il proprio turno quando si è sottozero non era un’ottima prospettiva.

 

Penso che il feeling con New York debba essere maturato lentamente, soprattutto per chi, come me, non è amante delle architetture moderne dei grattacieli. I colori bui degli alti edifici che si illuminano paradossalmente di notte, la loro linea che si staglia sotto il cielo azzurro, le strade ombrose, il vapore che viene dai sotterranei, le enormi avenues che si perdono all’orizzonte così come nei film, i numerosissimi taxi che si chiamano sempre come nei film, rendono il paesaggio unico e per questo imperdibile. L’offerta culturale della città ti lascia la voglia di vedere e sentire di tutto, al teatro come nei jazz club, ai pub come ai caffè. E poi la gente di tutte le facce, di tutti i colori, multietnica nel profondo, accogliente nei suoi geni. In una parola ricorderò New York per l’accoglienza della sua gente e dei sui edifici. Oltre naturalmente per avermi permesso di abbracciare Natalie dopo tanto tempo. Alla fine, ce l’abbiamo fatta, anche se il tempo, dolce e inesorabile, è già andato

Vai alla parte 2: consigli e link

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